Akropolis Pictures In Picture

How we look to ourself through familiar photos and consequences on the usage of the images.

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Indipendentemente dai suoi usi professionali o artistici, la pratica della fotografia, a partire dagli anni '20-'30 del Novecento è stata principalmente legata alla sua funzione famigliare.

Solennizzare e eternare i grandi momenti della vita famigliare in modo che, disposte poi  nel  loro ordine cronologico, le immagini fotografiche evochino e trasmettano il ricordo degli avvenimenti e dei personaggi che meritano di essere conservati.

La fotografia in vacanza è stata per lungo tempo (e in parte lo è ancora, in una mutata forma) una pratica sociale privilegiata: fotografarsi accanto a monumenti e palazzi diviene l'affermazione della propria possibilità economica. La fotografia come status symbol.
La progressiva diffusione di apparecchi sempre più semplici ed automatizzati, combinati con il diminuire dei costi di sviluppo e stampa, ha portato ad un progressivo ampliarsi dell'ambito del "fotografabile".
L'uso della fotografia per realizzare una coreografia della vita dei propri cari è già alla base delle pubblicità nei primi anni del secolo scorso, ma è negli anni '60 che Kodak lancia lo spot "Turn around" cantato da Harry Belafonte , un primo timido suggerimento di una visione della vita in forma di storia, organizzata in una sceneggiatura.
Nel 1955, Italo Calvino scrive "[..] Se un fotografo si mette su questa via di recupero di tutta la realtà che gli passa sotto gli occhi, per lui l'unico modo di agire con coerenza è di andare fino in fondo: da quando apre gli occhi al mattino a quando va a dormire, scatti almeno una foto al minuto, fotografi tutto, ci dia un fedele assoluto journal delle sue giornate. Fino al momento in cui non diventerà pazzo." Per l'avverarsi di questa profezia si è dovuto attendere l'affermarsi del digitale e in particolare l'evoluzione delle fotocamere integrate negli smartphone. La disponibilità di una macchina fotografica in ogni momento della giornata e il costo zero per l'esecuzione e diffusione delle immagini, innesca un proliferare incontrollato di fotografie.

Abbiamo oggi più immagini di ricordi che ricordi di vita vissuta.

Le fotografie non sono più foto  ma divengono un flusso, come il flusso che utilizziamo per farle scorrere sui nostri telefoni.
Roland Barthes nella "Camera chiara" scriveva che "Ciò che la fotografia riproduce all'infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente". La cultura del selfie o comunque la crescita esponenziale del "fotografabile",ha prodotto però un ribaltamento. La fotografia non certifica  più quello che è avvenuto una sola volta ma è la registrazione di quello che avviene di continuo.

Osservare le persone che si fotografano, da sole, in coppia, in gruppo, all'Acropoli di Atene, un luogo mitico del turismo e del viaggio da almeno due secoli, offre una occasione perfetta per cogliere le dinamiche di una certa produzione della fotografia famigliare in vacanza. La foto non è semplice testimonianza, ma film, messa in scena, scenografia. Un atteggiamento che, con le dovute differenze, è trasversale alle culture, le provenienze, le età.
La fotografia famigliare è da sempre messa in scena, rappresentazione non della realtà ma del desiderio di realtà. Il selfie porta questo atteggiamento alle estreme conseguenze. La foto non è foto, diviene specchio, specchio fasullo, utilizzato per costruire l'immagine di sé. Siamo oltre il narcisismo. Roberto Cotroneo, in 'Lo sguardo capovolto" suggerisce:

"Non è un fedele specchiarsi nel ruscello ma è un ruscello sognato".

Il combinato disposto della produzione digitale e della diffusione contestuale via web, produce quel fondamentale cambiamento di senso rispetto al passato analogico, per cui l'immagine, forse meglio non definirla più fotografia, ha un significato solo in quanto condivisione immediata.
L'immagine è hic et nunc oppure non è. Così il destino della gran parte delle immagini alla cui creazione io ho assistito, in qualità di testimone divertito e complice, sarà l'oblio: finiranno abbandonate su telefoni, computer, hard disk o perse dentro eterni e immensi cloud sparsi nei meandri della rete. Immagini di consumo, immagini consumate.
Noi continuiamo a fotografarci e a condividere in tempo reale perchè gli altri ci vedano vivere, per guardarci vivere, per riempire, io credo, un vuoto di senso. Un vuoto che, come per Sisifo, necessita uno sforzo che non avrà fine.

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Indipendentemente dai suoi usi professionali o artistici, la pratica della fotografia, a partire dagli anni '20-'30 del Novecento, è stata principalmente legata alla sua funzione famigliare.

Solennizzare e eternare i grandi momenti della vita famigliare in modo che, disposte poi  nel  loro ordine cronologico, le immagini fotografiche evochino e trasmettano il ricordo degli avvenimenti e dei personaggi che meritano di essere conservati.

La fotografia in vacanza è stata per lungo tempo (e in parte lo è ancora, in una mutata forma) una pratica sociale privilegiata: fotografarsi accanto a monumenti e palazzi diviene l'affermazione della propria possibilità economica. La fotografia come status symbol.
La progressiva diffusione di apparecchi sempre più semplici ed automatizzati, combinati con il diminuire dei costi di sviluppo e stampa, ha portato ad un progressivo ampliarsi dell'ambito del "fotografabile".
L'uso della fotografia per realizzare una coreografia della vita dei propri cari è già alla base delle pubblicità nei primi anni del secolo scorso, ma è negli anni '60 che Kodak lancia lo spot "Turn around" cantato da Harry Belafonte , un primo timido suggerimento di una visione della vita in forma di storia, organizzata in una sceneggiatura.
Nel 1955, Italo Calvino scrive "[..] Se un fotografo si mette su questa via di recupero di tutta la realtà che gli passa sotto gli occhi, per lui l'unico modo di agire con coerenza è di andare fino in fondo: da quando apre gli occhi al mattino a quando va a dormire, scatti almeno una foto al minuto, fotografi tutto, ci dia un fedele assoluto journal delle sue giornate. Fino al momento in cui non diventerà pazzo." Per l'avverarsi di questa profezia si è dovuto attendere l'affermarsi del digitale e in particolare l'evoluzione delle fotocamere integrate negli smartphone. La disponibilità di una macchina fotografica in ogni momento della giornata e il costo zero per l'esecuzione e diffusione delle immagini, innesca un proliferare incontrollato di fotografie.

Abbiamo oggi più immagini di ricordi che ricordi di vita vissuta.

Le fotografie non sono più foto  ma divengono un flusso, come il flusso che utilizziamo per farle scorrere sui nostri telefoni.
Roland Barthes nella "Camera chiara" scriveva che "Ciò che la fotografia riproduce all'infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente". La cultura del selfie o comunque la crescita esponenziale del "fotografabile",ha prodotto però un ribaltamento. La fotografia non certifica  più quello che è avvenuto una sola volta ma è la registrazione di quello che avviene di continuo.

Osservare le persone che si fotografano, da sole, in coppia, in gruppo, all'Acropoli di Atene, un luogo mitico del turismo e del viaggio da almeno due secoli, offre una occasione perfetta per cogliere le dinamiche di una certa produzione della fotografia famigliare in vacanza. La foto non è semplice testimonianza, ma film, messa in scena, scenografia. Un atteggiamento che, con le dovute differenze, è trasversale alle culture, le provenienze, le età.
La fotografia famigliare è da sempre messa in scena, rappresentazione non della realtà ma del desiderio di realtà. Il selfie porta questo atteggiamento alle estreme conseguenze. La foto non è foto, diviene specchio, specchio fasullo, utilizzato per costruire l'immagine di sé. Siamo oltre il narcisismo. Roberto Cotroneo, in 'Lo sguardo capovolto" suggerisce:

"Non è un fedele specchiarsi nel ruscello ma è un ruscello sognato".

Il combinato disposto della produzione digitale e della diffusione contestuale via web, produce quel fondamentale cambiamento di senso rispetto al passato analogico, per cui l'immagine, forse meglio non definirla più fotografia, ha un significato solo in quanto condivisione immediata.
L'immagine è hic et nunc oppure non è. Così il destino della gran parte delle immagini alla cui creazione io ho assistito, in qualità di testimone divertito e complice, sarà l'oblio: finiranno abbandonate su telefoni, computer, hard disk o perse dentro eterni e immensi cloud sparsi nei meandri della rete. Immagini di consumo, immagini consumate.
Noi continuiamo a fotografarci e a condividere in tempo reale perchè gli altri ci vedano vivere, per guardarci vivere, per riempire, io credo, un vuoto di senso. Un vuoto che, come per Sisifo, necessita uno sforzo che non avrà fine.

 

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